Convegno

“Costruire una nuova normalità. Rischio e resilienza negli adolescenti esposti ad eventi traumatici”.

 

16:00- 16:30            “Non serve la repressione per contrastare la devianza giovanile: le alternative possibili e il caso del Centro America”             Dott.ssa Nora Habed,

Consulente Movimento dei giovani di strada (Mo.Jo.Ca), Guatemala

 

 

Capire il disagio giovanile a cominciare dal malfunzionamento della società

 

Il Centro America (Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica)  rappresenta un valido laboratorio per capire i problemi della società contemporanea di stampo neo-liberale, incapace di creare un sano sviluppo economico, politico e sociale nel quale i giovani – ma anche gli anziani – possano trovare alternative dalle quali partire per poter sviluppare le loro potenzialità. Il Centro America presenta già di per sé un cumulo di esperienze traumatiche, dal momento che in questo luogo la fame, la precarietà, l’ingiustizia, la disuguaglianza sociale sono problemi reali, che conducono a disperate reazioni di violenza sociale. Spesso l’unica risposta a queste reazioni violente è l’utilizzo di misure repressive, o il cosiddetto ‘pugno duro’. E purtroppo a fare le spese di questa politica sono sempre i più deboli; i problemi sociali, dal canto loro, non diminuiscono, e anzi non fanno che aumentare. In altre parole, sembra che non si riescano a trovare soluzioni politiche e sociali in grado di apportare un cambiamento ‘in positivo’ della società.

 

In questo incontro ci concentreremo sui giovani e sulle loro reazioni nella realtà centroamericana, dal momento che ‘i giovani’ sono il tema di questo convegno. Arriveremo a fornire degli esempi concreti che riguardano i giovani di strada di Città del Guatemala, i quali si sono organizzati in un movimento autogestito che dimostra come una via per il cambiamento sia possibile laddove vengano create le opportunità per intraprenderla.

 

L’evoluzione dei gruppi giovanili nel Centro America: da gruppi, a bande giovanili, a “maras”.

 

Negli anni sessanta un grande evento ha coinvolto tutta l’America Latina, ovvero l’esodo massiccio delle popolazioni rurali che, in cerca di nuove opportunità, si sono dirette verso le grandi città. A partire da qui, i quartieri periferici e marginali delle città subirono una crescita sproporzionata, anche a causa di uno sviluppo capitalista che aveva distrutto le forme di vita tradizionali e le basi di sussistenza agricola, senza però offrire in cambio quella vita migliore che le persone emigrate contavano di realizzare. Per gli adolescenti e i giovani in particolare, questo scenario è venuto a rappresentare una sfida alla quale essi hanno risposto rivendicando i propri diritti violati. In quegli anni, dunque, tali condizioni di diseguaglianza sono diventate il motore di una presa di coscienza e di un’azione politica collettive entro cui i giovani hanno assunto il ruolo di protagonisti e di agenti del cambiamento sociale.

 

Nel Centro America, i gruppi giovanili urbani degli anni sessanta sono stati fondamentalmente caratterizzati da un’organizzazione informale che iniziava già a presentare delle differenze al suo interno. Da una parte, infatti, vi erano gruppi di giovani che, durante il tempo libero, si riunivano in luoghi che erano punti di riferimento per gli abitanti dei vari quartieri. Qui venivano in contatto con movimenti sindacali o studenteschi, con i quali portavano avanti le istanze di rivendicazione sociale. Da un’altra parte, invece, vi erano bambini e adolescenti, i quali spesso vivevano – anche permanentemente  – sulla strada. avevano anche loro luoghi di ritrovo, e la loro sopravvivenza si basava fondamentalmente sui furti, sulla mendicità o su lavori temporanei. Questi due gruppi ancora non si identificavano – come invece successivamente le “pandillas” (o bande) si identificheranno – con un quartiere determinato. Questo perché erano ancora occupati a trovare luoghi dove sentirsi sicuri e dove poter passare la notte senza essere disturbati. I conflitti erano relativamente pochi, anche perché la brevità della vita di un gruppo impediva la formazione di un profondo senso di appartenenza. Con l’arrivo degli anni settanta, il senso dell’identità giovanile passava spesso attraverso un grande coinvolgimento dei giovani nelle lotte sociali e politiche dell’epoca: vi era un confronto diretto con la polizia e con le forze militari. Erano gli anni delle dittature cruente del Centro America, come quella somozista in Nicaragua, o come il regime militare del Guatemala, che adottavano metodi brutali contro i dissidenti, compresa l’eliminazione fisica, o come la guerra civile in atto nel Salvador. Ciò che univa i giovani era spesso l’identificazione negli ideali di un cambiamento sociale all’interno del quale si sentivano protagonisti. Sotto le dittature militari, infatti, i giovani sono considerati un pericolo. E quando traggono motivazione dal cambiamento sociale in atto, i giovani si sentono responsabilizzati e dunque assumono compiti di organizzazione e di coinvolgimento politico. Ciò li aggrega all’interno di una comunità, sia essa un quartiere o un movimento, che essi sentono come solidale, e che dunque diviene, dal punto di vista affettivo, una sorta di protezione.

 

Negli anni ottanta il carattere dei gruppi giovanili cambia parzialmente. Accanto ai gruppi di contestazione e ai gruppi dei bambini e adolescenti di strada, prendono vita le bande giovanili (pandillas). Questi nuovi gruppi hanno una diversa forma di organizzazione e di reazione. Essi, inoltre, cominciano ad avere successo tra i giovani dei quartieri in cui sorgono. Si vengono così a formare in ogni quartiere gruppi composti da un centinaio di giovani, che si impegnano nella difesa dei “territori” da loro stessi delimitati. Il quartiere, dunque, diventa il luogo dell’azione e dell’intervento dei giovani. Gli aggiustamenti strutturali degli anni ottanta, infatti, avevano comportato lo smantellamento di quelle reti che proteggevano le popolazioni più vulnerabili. Di conseguenza, le bande giovanili (e in un secondo momento le “maras”, ovvero bande giovanili più articolate che detengono il controllo della vita quotidiana dei membri e che hanno un grande potere, anche economico) si costituirono come un’organizzazione delinquenziale a partire dai vuoti della società in transizione.

Le bande giovanili coprono, da un lato, una serie di bisogni affettivi e, dall’altro, offrono ai giovani un’identità che permette loro di dare un senso alla vita in un contesto marginalizzato, nel quale le scelte di vita sono molto limitate.

 

Con  gli anni novanta tutto diventa improvvisamente più complesso. E’ questo il periodo che la CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina) ha denominato la “decade persa”, a causa dei grossi squilibri economici e della spirale di violenza che accompagna la guerra civile del Guatemala e del Salvador. Nonostante alla fine vennero firmati gli Accordi di Pace, tuttavia si trascurarono i cambiamenti sociali che tali conflitti avevano provocato: la smobilitazione dei giovani della guerriglia e dell’Esercito, a causa di una congiuntura sociale sfavorevole che aveva abbassato i salari, condusse alla disoccupazione e, per il fatto che anche i più giovani dovevano contribuire all’economia familiare, anche alla dispersione e alla diserzione scolastica. In questo contesto, la violenza non cessò, ma sopravvisse assumendo altre forme, al punto che un’indagine elaborata nel 1999 da alcuni analisti (Buynic, Morrison e Shifter) ha registrato nella regione uno degli indici di violenza più elevati al mondo.

 

Un altro fattore di rafforzamento delle “maras”, secondo gli analisti, è da ricercarsi entro i cambiamenti della politica statunitense, dal 1992 in poi, nei confronti dei giovani provenienti da altri paesi – soprattutto dal Centro America – una volta che venivano condannati al carcere. A partire dal 1996, ovvero quando il periodo medio di reclusione era concluso, molti di questi giovani vennero deportati nei loro paesi d’origine, dove i conflitti armati erano ormai cessati. Con il tempo i parametri per giustificare l’espulsione degli ex-delinquenti furono ampliati, includendo pene relativamente poco gravi. Come conseguenza di ciò, si stima che circa 20 mila giovani ex-delinquenti centroamericani sono stati deportati nei loro paesi d’origine (soprattutto nel Salvador) nel solo periodo che va dal 2000 al 2004 (Arana, 2005).

Le “maras” provenienti dagli Stati Uniti si caratterizzano per essere grandi, molto organizzate - con una struttura molto gerarchica -,  e per disporre di armi da fuoco. Le più conosciute sono la Mara Salvatrucha (MS) e la Mara Dieciocho (M18), i cui membri sono eccezionalmente attivi. Inoltre i capi di queste “maras” appartenevano alle gangs che, con gli stessi nomi, raggruppavano a Los Angeles giovani latinoamericani.

Le “maras” agiscono in modo più  professionale e aggressivo delle bande giovanili. Secondo alcune stime ufficiali, nel Salvador circa 20 mila giovani appartenevano alle “maras” alla fine del 1996 e 30-35 mila nel 2000. In Honduras, i giovani membri delle “maras” nel 1998 erano addirittura 60 mila.

Le “maras” che predominano in Guatemala, nel Salvador e in Honduras sono diverse dalle bande giovanili che sono invece più comuni in Nicaragua e in Costa Rica. Questa differenza è importante perché è importante chiedersi quali siano stati i fattori protettivi che hanno evitato, in contesti quali il Nicaragua e il Costa Rica, la spirale di violenza giovanile. L’urgenza di questa domanda è data anche dal fatto che le “maras” tendono a crescere, la partecipazione delle donne tende ad aumentare e l’età dei componenti in generale tende ad abbassarsi. Per dare un esempio, negli anni  ’80, l’80% dei “mareros” aveva tra i 15-19 anni. Attualmente, oltre la metà dei giovani che entrano nelle “maras” hanno un’età media di 11-14 anni.

Dimensione strutturale

 

Molte analisi sociologiche coincidono nel parlare di una dimensione strutturale all’origine delle bande giovanili e, successivamente, delle “maras”:

-         Il fallimento dello Stato, che ha abbandonato il perseguimento di politiche sociali adeguate, generando così dei vuoti di potere;

-         L’istituzionalizzazione della corruzione che ha impedito un’azione efficace contro i gruppi violenti, sia all’interno delle stesse istituzioni che all’interno dei quartieri e delle “colonias” marginali;

-         Le profonde trasformazioni economiche e sociali avvenute in questa regione negli ultimi vent’anni, che hanno provocato un processo di veloce urbanizzazione accompagnato da un maggior grado di polarizzazione sociale; trasformazioni che si sono complicate a causa di nuovi flussi migratori e di conflitti bellici;

-         L’influenza del crimine organizzato e del narcotraffico;

-         L’azione dei governi che, applicando politiche repressive, hanno consolidato la coesione interna di questi gruppi e, allo stesso tempo, hanno generato una serie di condizioni sociali favorevoli agli stessi.

 

Alcuni studi considerano che fattori strutturali quali l’esclusione sociale, l’instabilità abitativa, il deterioramento economico, la povertà e la mancanza di risorse comunitarie, predispongono le comunità al sorgere delle bande giovanili. Ciò nonostante, più importanti ancora di tali fattori strutturali, sono le dinamiche specifiche che caratterizzano la vita di queste comunità.

 

Uno studio dell’UCA (Università Centro Americana) del 2004, dimostra che un capitale sociale forte (fiducia interpersonale, aiuto reciproco, partecipazione comunitaria e senso di appartenenza) è in grado di impedire l’emergere delle bande, delle loro reti e della loro organizzazione nella comunità. D’accordo con questi studi regionali, le dure pene applicate contro i membri non fanno che intensificare, invece che attenuare, l’attrazione esercitata dalle bande (Rubio, 2003; USAID, 2006; FAPPH, 2006).

 

In altre parole, non sono necessariamente né i poveri né quelli che provengono da famiglie disgregate coloro che si dedicano ad attività delinquenziali; bensì vi si dedicano i giovani costretti ad affrontare variabili combinate di avversità e di disperazione nel tentativo di perseguire il proprio progetto di vita. Questa prospettiva si conferma soprattutto nel caso delle donne.

 

Alla ricerca di nuove identità

 

Diversi studi regionali coincidono nel segnalare che l’appartenenza a una banda giovanile non è direttamente relazionata all’aspettativa di ottenere un beneficio economico, ma più che altro alla soddisfazione di bisogni personali, quali il riconoscimento e l’autonomia, che i giovani non sono riusciti a trovare nelle proprie famiglie. Nella banda, invece, essi trovano protezione, solidarietà, maggior fiducia, maturità e affetto. Ed è soprattutto l’affettività che fa sí che la banda sia percepita come una “famiglia” – una famiglia che non viene a sostituirsi a quella d’origine, ma piuttosto ne è complementare. Ciò spiega il fatto che le “maras” e le bande giovanili non siano formate da giovani che vivono sulla strada o che in passato sono stati bambini di strada La maggior parte delle ricerche, infatti, sottolinea che questi giovani hanno il loro centro vitale nei quartieri dove vivono, che hanno una famiglia anche se è precaria e conflittuale. E’ anche significativo che 1/3 di essi abbia già figli e che il 38% delle ragazze siano madri. Inoltre, gran parte dei giovani delle bande, abbandonano la scuola e cercano lavoro, senza successo, oppure, quando lo trovano, precario e mal pagato.

 

Fattori di rischio e fattori protettivi

 

Cosa distingue i giovani che si uniscono alle bande da quelli che non lo fanno? Spiegare il fenomeno soltanto attraverso fattori macro-economici e sociali non è sufficiente, anche perché molti studi dimostrano che solo una minoranza di giovani all’interno delle comunità marginali fa parte delle bande. Bisognerebbe capire meglio, perciò, altri fattori di rischio che spesso influiscono: amici già inseriti nelle bande, l’aver avuto nel passato comportamenti problematici e l’aver sofferto una serie di eventi negativi durante la propria infanzia (abbandono o lutto in famiglia, maltrattamento o violenza subita), la poca stima e la mancanza di fiducia in se stessi. Complessivamente, potremmo dire che due fattori cruciali sono: da una parte, l’aver avuto un ambiente familiare problematico e dall’altra, un rapido accesso a ruoli adulti che non si è preparati ad affrontare (ruolo genitoriale e rapporti di coppia) e conseguente abbandono dei ruoli adatti all’età dei ragazzi (per es., i legami con la scuola).

 

L’esperienza accumulata nei diversi paesi centroamericani dimostra, inoltre, che una politica del “pugno duro” non fa che rafforzare la presenza delle bande, anche perché in questa regione  l’apparato della giustizia penale è caratterizzato dalla corruzione e dal poco rispetto dei diritti umani (USAID 2006). Le politiche repressive facilitano, con il carcere, il contatto tra giovani delle diverse bande o “maras” e rafforzano la loro affiliazione a questi gruppi per poter sopravvivere all’ambiente carcerario. Dunque, tali politiche contribuiscono a incrementare la coesione all’interno dei gruppi  giovanili reclusi. Esse, inoltre, non prendono in considerazione il fatto che molti di questi giovani hanno creato una nuova famiglia e  partecipano, in qualche modo, al suo mantenimento, all’interno di un’economia sommersa. Il carcere, per questo, rappresenta un ulteriore causa di conflitto sociale e degrado familiare.

 

E’ forse questo uno degli elementi che aiuta a spiegare il passaggio dalle bande giovanili alle  “maras”, più organizzate e violente e in grado di offrire maggior protezione e sicurezza. Le “maras” utilizzano i centri penali come luoghi di arruolamento e di coesione sociale. Inoltre, negli ultimi anni, le “maras” stanno sempre più consolidandosi entro reti e attività illecite (come ad esempio il crescente collegamento con il narcotraffico o la richiesta del pizzo alle attività commerciali). In questo modo, esse sono in grado di garantire ai propri affiliati attività lucrative di sopravvivenza. La violenza aumenta sempre di più.

 

A differenza di Guatemala, Honduras e Salvador, sia in Nicaragua che in Costa Rica il fenomeno delle “maras” è più contenuto perché le politiche sociali a favore delle comunità sono state diverse. Questo indica che lì dove esiste una rete comunitaria, la propensione alla violenza tende a decrescere.

 

Queste riflessioni mostrano che la cultura della violenza crea violenza, tanto più in una regione come quella centroamericana che ha vissuto un passato di violenza: gruppi armati illegali, squadroni della morte, esercito e polizia, corpi speciali antisovversivi. Tutto questo ha creato nel tempo modelli che facilitano l’accettazione, la non reazione e l’abitudine a vivere in un clima di violenza. Con questi precedenti, facilmente i giovani interiorizzano la violenza come risorsa per la propria sopravvivenza e, spesso, essa diventa un oggetto di sfoggio di fronte al gruppo per garantirsi forme di identità e appartenenza.

 

A questo punto, quali potrebbero essere i fattori protettivi? Molte  interviste a giovani “mareros” indicano che, all’inizio, l’attività più frequente all’interno della “mara” è “quella di stare tra amici”. Ciò sta ad indicare che molti giovani si avvicinano inizialmente ad una “mara” per un’attività ludica di affiliazione e solo in un secondo momento per un bisogno di sopravvivenza economica. Perciò si potrebbero sviluppare programmi alternativi per i giovani che siano più attraenti e dove si attuino politiche lavorative per l’inserimento dei giovani all’interno di un mercato del lavoro legale. Questo potrebbe costituire il primo passo verso un reinserimento all’interno della società che non stigmatizzi il giovane attraverso l’identità di “ex-marero”. 

 

Gli stereotipi del “pandillero” e del “marero” consistono nell’idea che una volta che si entra a far parte di queste organizzazioni non si ha la volontà o il desiderio di uscirne. Alcune ricerche hanno dimostrato che esiste, invece, una percentuale alta di “pandilleros” (che oscilla tra il 44 ed il 53%) che desidera accedere alla possibilità di una vita alternativa e uscire così dalla banda. Ovviamente questa alternativa passa attraverso opportunità educative e di lavoro che permettano ai giovani di lasciarsi alle spalle l’esperienza nelle bande e un passato traumatico di violenze subite e riprodotte.

 

Un esempio alternativo concreto: il Movimento dei Giovani di Strada (MOJOCA) a città del Guatemala

 

Vorrei concludere con l’esempio delle ragazze e dei ragazzi di strada a città del Guatemala e con la creazione di un movimento alternativo, il “Mojoca”. È necessario premettere che il Guatemala è considerato dagli organismi internazionali come uno dei paesi più violenti al mondo (una media di 10 assassinii al giorno), dove l’80% delle attività commerciali è soggetta al pizzo, e dove il narcotraffico ha una tale importanza più che diversi analisti politici cominciano a chiamarlo il paese del narco-stato.

 

A differenza dei gruppi delle bande giovanili e delle “maras”, le ragazze e i ragazzi di strada sono giovani che non vivono né nei loro quartieri né con le loro famiglie d’origine perché – nella maggior parte dei casi -  hanno rotto i legami familiari. Si caratterizzano perché vivono permanentemente sulla strada, creando piccoli gruppi che hanno la funzione della famiglia mancante. Sono persone ribelli, sensibili alle ingiustizie subite (maltrattamenti, abbandoni, lutti, violenze) e non permettono che nessuno li comandi. Spesso sono finiti sulla strada perché sono alla ricerca di libertà e di autonomia (ma questo non è l’unico motivo). Hanno la capacità di sopravvivere anche nei momenti più difficili, sono creativi e tra di loro solidali.

 

Nel 1996 il prof. Gérard Lutte ha iniziato a Città del Guatemala, con una cinquantina di ragazze e di ragazzi di strada, un nuovo progetto di alternative possibili alla strada, dopo aver finalizzato uno studio sulle loro storie di vita negli anni precedenti che si era concluso con la pubblicazione del suo libro “Principesse e sognatori nelle strade del Guatemala”. E’ nato così il “Mojoca” (Movimento dei giovani di strada) come un movimento alternativo e autogestito dagli stessi giovani. Gli adulti sono gli educatori che accompagnano  i giovani in questo processo di liberazione e nella costruzione di un progetto di vita.

 

L’originalità del progetto pedagogico consiste nel fatto che esso si fonda sui valori positivi di queste ragazze e ragazzi e della vita in strada: ricerca di autonomia e libertà, non sottomissione, sensibilità verso i propri compagni e compagne e grande senso di solidarietà e di condivisione di tutto quello che si possiede. La strada è per loro il luogo d’incontro e non solo un luogo di pericolo. Per sopravvivere fanno piccoli lavori, furti o chiedono l’elemosina. Fanno uso della droga, anche quella più economica come il solvente - che brucia il cervello - per non sentire la fame né il freddo e per dimenticare un passato spesso pieno di sofferenze e di traumi per tante violenze subite. Hanno bisogno perciò che qualcuno creda ai loro sogni, dia loro fiducia e la stima sufficiente per sviluppare tutte le loro potenzialità.

 

Il progetto parte proprio dal rispetto e dalla valorizzazione di queste risorse per canalizzarle in un senso costruttivo di ribellione che non si tramuti in processi di auto-distruzione, ma di costruzione di una società alternativa più giusta e umana. Si crea, in questo senso, quel cordone di protezione che unisce e aggrega perché si ritorna a credere in ideali condivisi. L’educazione e il lavoro sono due elementi fondamentali per offrire queste alternative. I giovani, quando si trovano di fronte a queste possibilità, abbandonano spesso il fatalismo e il pessimismo in cui sono immersi e cominciano a intravedere  un futuro possibile. I risultati di questa piccola associazione si cominciano a vedere. Attualmente, circa 500 giovani – con le loro nuove famiglie: un centinaio di bambine e bambini – girano attorno a questo progetto. Studiano, lavorano (magari anche precariamente), ma in ogni caso non fanno più una vita di strada. Cercano, anche se a fatica per la discriminazione che soffrono, di inserirsi nella società.

 

L’esempio del Centro America ci offre un panorama complesso: infatti, esso ci mostra come una gioventù possa essere bruciata e venire progressivamente assorbita da attività delinquenziali (fino a giungere al narcotraffico e alla violenza organizzata). Tuttavia, e qui mi piace ricollegarmi a un termine chiave di questo convegno, "resilienza", l'esperienza centroamericana ci mostra anche come il senso del futuro torna ad emergere una volta che quella gioventù viene ascoltata e capita e le vengano offerte opportunità alternative. I giovani – come tutti noi – hanno bisogno di avere motivazioni, ideali, un senso di utopia che faccia pensare a sé come protagonisti di questo mondo abitabile.